Si accucciano
a schivare
la guancia offerta in sfida.
Si accalcano
a gridare
la loro utile resa.
Si accostano
al miracolo
zelanti nel diniego.
Versano lacrime
per gli zampognari,
abili il nato scansano,
ancora, i soliti ignari.
Si accucciano
a schivare
la guancia offerta in sfida.
Si accalcano
a gridare
la loro utile resa.
Si accostano
al miracolo
zelanti nel diniego.
Versano lacrime
per gli zampognari,
abili il nato scansano,
ancora, i soliti ignari.
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La cuffietta intorno al viso; un fagotto sui gradini
della stanza grande come una forma di lardo,
unico flash della mamma-bambina senza denti né pianto.
Dietro la porta la madre si quieta vegliata dal grufolo caldo, il battito
dentro le cestole; i segni contano le vene.
Madre nera madre troppo
fragile per i boschi per le mele cotogne le primule a novembre
madre dei soffioni senza campo.
Il padre è un peduncolo, grande come il baco
che abita la mummia. Migra dalla pancia all’osso.
Succhia. Geme. E’ un grugnito.
Tagliati a metà, l’uomo e la sua terra, il verro e la sua donna, nel tempo perdonato
della mietitura, crescono la mamma-bambina.
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scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido
(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)
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Certe volte mi sembra di sapere
tutto di ciò che si concerta sul tuo volto:
il disegno di una battaglia in corso
tra ciò che vuoi e non puoi,
tra ciò che senti come colpa
e ciò che solo è potenza
del corpo.
Il desiderio non è mai
goffo. Spinge oltre la porta della legge,
trascende, conduce verso l’alto,
devia dal cielo delle stelle fisse
incontro all’iride di luce alla deriva,
una danza schiva, un brivido
di paradiso che si visse.
Io e te insieme agli altri, con la nostra
storia segreta e romanzata,
immersi in sguardi freschi,
in rivoli di commenti sussurrati.
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diventa bolla diventa schiuma
s’è fatto prendere s’è fatto raggirare nelle onde
crepa a rallentatore proprio ai piedi delle famiglie
lo scopo era di rimanere nascosto sotto il letto
di neutralizzare tutte le coppie
adesso inzuppa sciarpe vestiti gesti
scorta i nuotatori che si allontanano al largo
sbarra l’entrata dei canali
si scatena verso sera
gli restano da esaminare le ragazzine dai cappelli rossi
deve ancora sventare la manovra delle vele
tutte le comunicazioni saranno interrotte
conta le mosche pietrificate sulle proprie braccia
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Disse una volta Ingmar Bergman in una intervista rilasciata a un giornalista, nella hall di un albergo: ” Se mi chiede il fine generale dei miei film, rispondo che vorrei essere stato uno degli artisti che hanno creato la cattedrale di Chartres. Ma alludo, con questa idea, soprattutto a una cattedrale che rappresenta per me la vita culturale, l’attività artistica.
Ebbene io penso che ogni artista, soprattutto europeo, debba portare la sua piccola pietra per la costruzione della cattedrale. Si tratta solo di una piccola pietra, ma è molto importante. E’ il nostro dovere, il nostro unico modo di vivere, di esistere, perfino di respirare. Costruire la cattedrale significa combattere contro le ipocrisie, contro le ingiustizie, contro le guerre, contro l’oppressione, contro la menzogna. E’ una lotta difficile perchè se è vero che c’è chi vuole costruire, c’è anche chi vuole distruggere. E questa gente che vuole distruggere è tanta, ed è tenace. E’ così facile distruggere, ed è così difficile creare…. Ma anche se la cattedrale una volta costruita, può essere demolita e non esistere più, noi dobbiamo edificarla. Solo così saremo migliori.”
Edificare, costruire, credere in quello che si sente come vero. Si direbbe che l’uomo saggio oggi come ieri, sia quello che non si lascia irretire dalla corrente, che cerca di ricavare un senso compiuto della vita, aderendo a quello che abbiamo già inscritto dentro, e che è il valore dell’umano.
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Cosa vuoi che io ti faccia? La medesima domanda rivolta a Giacomo e Giovanni la settimana prima: Cosa volete che io vi faccia? La stessa che il genio rivolge ad Aladino: Cosa vuoi che io ti faccia? Che possa per un attimo vedere il mondo dall’alto, contemplare l’inizio e la fine: Bereshit bara’ Elohim et ashamaim veet haaretz. Scoprire che ogni cosa è vanità, havel havelim, tutto è fumo, fumo di fumi, dice Qoelet.
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Lancio un’idea: una raccolta di informazioni alternative, verificate, garantite, al di fuori del circolo vizioso delle lobbies che selezionano i messaggi per obiettivi parziali e interessi personali o aziendali. Un bacino in cui confluiscono notizie che siano davvero notizie, non solo propaganda o contrapposizione ideologica.
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Per anni da bambina mi sono chiesta quale fosse la formula segreta che dava vita a un simile incanto, e quale mago fosse stato così geniale da inventarla. Se poi qualcuno, con crudeltà, mi diceva che si trattava solo di sapone non ci credevo, quasi scoppiavo a piangere, ferita nel sogno.
Svito il tappo, emozionantissima. Non mi soffermo a pensare che sono matta, o infantile, regredita o fanatica. Ho la sola consapevolezza che sto per compiere un gesto mai più compiuto da oltre 30 anni.
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di Roberto Amoretti
“Che noia il turno di guardia di notte!”
L’aria è fresca ai 2.000 metri di Cima Marta, ed il Caporale Antonio Lanteri, di Briga, guarda il cielo stellato di inizio estate, disteso nella buca che il Tenente chiama pomposamente “avamposto”.
“Domani sarà una bella giornata di sole”, pensa Antonio, “se il Tenente è di buon umore mi faccio mandare in pattugliamento. Voglio arrivare fin giù, al torrente, dove andavo per anguille con nonno Tugnin.”.
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