Il tè senza zucchero è dolce come il miele quando mi scende giù e mi riempie; liscio come un fantasma, libero da detriti; antico come antica è la sua ricetta e coloro che la inventarono e sedevano muti sulle rive dei loro fiumi, a guardare il tempo morire.
Come i loro sguardi indagatori che sanno predire le disgrazie e gli eventi fortuiti, così il mio tè senza zucchero mi sbatte contro il muro della mia volontà e mi fa aleggiare al di sopra degli altri, a mirare – primo fra tutti – i fortunali e le tempeste, il sole di mezzanotte e le mani della gente che battono svelte per il freddo sui vestiti ormai consunti.
E così sento le grida dei bambini negli uteri materni che scalciano violenti, presto desiderosi di venire sporcati dalla polvere della vita. E nella stessa maniera odo i rumori e gli scricchiolii più improbabili, e le urla che si perdono nella notte, di qualche pazzo pendolare della vita, in eterno viaggio con se stesso e con le fiamme della disperazione ben alte sopra la testa.
E poi ancora inserisco e disinserisco, spingo tocco e urto, diretto ed impalpabile come lo è il tè senza zucchero, forte come una pistolettata nella schiena, eppure così dolce, ramingo e liquido quando me lo spargo in bocca per nettarmela dai sapori meschini di una vita dolce e melensa, a volte troppo inutile eppure mia unica maledetta linfa, linfa grassa e pungente, ma vitale.
E così il tè mi fa viaggiare e dimenticare le cose per cui sono nato: e così, steso sulla branda, esso mi violenta e mi rende lieto e sincero, e le parole mi affiorano in bocca come spuma rigogliosa e traboccante ed io le prendo le tocco e le trastullo ed esse si trasformano in enormi draghi dagli occhi scuri e piangenti e dai peli bagnati ed intrisi di armoniosa tranquillità.
Ed essi mi guardano e mi predicono, piangendo, la mia fine ingloriosa ed orrida, e nefasti dai piedi del mio letto di fortuna risalgono lenti e decisi e mi scrutano da vicino ed io allora vedo tutto ciò che sarei potuto essere e allora mesto mi copro con le mani il viso per soffocare i singhiozzi ormai vani ed inutili.
E così facendo allaccio eterne diatribe con la mia anima, ormai stanca d’indicarmi la via, stanca di guidarmi dove non potrò mai arrivare, stanca di dolersi per me, piccolo inutile e ridicolo essere, già nato marchiato dal seme dell’indecenza e dell’impudicizia.
E così sopravvivo, solo, a me stesso, e mi guardo intorno e mi trovo di nuovo tra la gente di sempre e stringo la mano a tutti e sorrido ed osservo di traverso i cani gli alberi ed i palazzi che mi sovrastano, lieto di essere tornato e respirare e a scalciare e a strusciare i piedi per terra.
Ma di una cosa mi accorgo: che non percepisco più le distanze, e che il volo pericoloso e insieme lieve appena compiuto, le ha appiattite molto più di quanto esse già lo non fossero.
E dunque mi guardo il petto e lo tocco e lo stringo, e poi mi stendo e sorrido e sono pronto a lasciarmi andare ed annegare. E poi a tornare.
Così il mio tè senza zucchero.
Marco Sicurezza