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Archive for the ‘omaggi’ Category

Con ali di piume

Volare con ali di piume fin troppo pesanti per spiccare il volo ma impegnarsi fino allo stremo delle forze, scoprire che nonostante i propri sforzi è qualcun altro a decidere la nostra sorte. Il sapore dolce amaro della sconfitta curato solo dal tempo e il dubbio che il tempo stesso sia solo una malattia.

Da “Il cielo sopra Berlino” .

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Les Feuilles Morts

LES FEUILLES MORTES
paroles: Jacques Prévert
musique: Joseph Kosma

Oh! je voudrais tant que tu te souviennes
Des jours heureux où nous étions amis
En ce temps-là la vie était plus belle,
Et le soleil plus brûlant qu’aujourd’hui
Les feuilles mortes se ramassent à la pelle
Tu vois, je n’ai pas oublié…
Les feuilles mortes se ramassent à la pelle,
Les souvenirs et les regrets aussi
Et le vent du nord les emporte
Dans la nuit froide de l’oubli.
Tu vois, je n’ai pas oublié
La chanson que tu me chantais.
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Il momento di scegliere

Il monologo più famoso del teatro shaspiriano e non solo. Meraviglioso sia che venga recitato da Lawrence Olivier che da Mel Gibson.

C’è sempre un momeno nella vita in cui si è ad un bivio, il futuro è ignoto e sulla base del proprio cuore e delle proprie conoscenze, bisogna decidere di esistee o morire. Essere sempre, anche se è scomodo o se fa male fedeli a se stessi per essere veramente liberi e vivere da vivi perchè peggio della morte c’è solo il no vivere quotidiano.
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Comprendere

Un film di Ingmar Bergman dal titolo “Persona” e un dialogo. Ho cercato in questo dialogo scelto da Fabrizio Centofanti, il messaggio, il senso di questa scena e l’ho ritrovato nelle parole di Giovanni Agnoloni che vorrei qui riportare:

Il monologo è bellissimo, ma mi sembra che l’unica soluzione prospettata dal grande autore al problema del dover recitare un ruolo nella vita sia quella di una silenziosa apatia. Vero è che questa non viene prospettata come “ideale”, ma la signora in camice dice che in fondo “ammira” la ragazza per il fatto di vivere così: certo, sempre meglio questo sordo silenzio che una vita di finzione, di “maschera” pirandelliana vestita costantemente.
Però io penso che nel silenzio ci sia, oltre che un “rifugio” che sa di “torre d’avorio”, la possibilità di una vera consapevolezza – quella cui si allude all’inizio del frammento cinematografico -, ovvero di un socratico “conoscere se stessi” che è ascolto meditativo del cuore e comprensione profonda di ciò che veramente desideriamo. E credo che, là dove temiamo che seguirlo concretamente sarebbe “sconveniente”, o che potrebbe allontanarci dagli altri e vederci reietti o perseguitati, ci possa essere invece una bella sorpresa. Là si apre un’altra prospettiva di vita, dove forse (dico, “forse”) perderemo e saremo persi di vista dalle persone che ci giudicheranno male per le nostre opinioni e scelte, ma ne troveremo di altre, diposte ad apprezzarci per la nostra autenticità (o magari saranno proprio le prime a sorprenderci). E avremo la vera libertà.

La questione sta nel fatto che non abbiamo il coraggio di rischiare di perdere il “controllo”, e che non abbiamo fiducia che la vita ci possa, in risposta al nostro sincero e totale “darci” ai nostri sogni, regalare proprio quello che desideriamo: e non è colpa nostra, perché ci hanno insegnato fin da piccoli che “l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re”. Beh, forse “l’erba voglio” (in senso bizzoso) no, ma quella “desidero profondamente” cresce anche nell’orto dell’ultimo dei poveri. Insomma, il fatto è che non abbiamo “fede”, in questo senso radicale, aconfessionale e intimamente energetico-spirituale. Dubitiamo, e il dubbio genera di per sé insuccesso, laddove “crederci” porta alla realizzazione. Certo, non ci può essere questa luce, se prima non siamo passati per l’ombra (penso a Frodo nella Terra di Mezzo, e all’articolo “Il panico e la grazia” di qualche tempo fa). E in fondo l’ombra, cioè la paura appunto del giudizio e del rifiuto sociale, non è che il frutto della proiezione-sovrapposizione del nostro pensiero razionale rispetto all’intuito e al cuore, che contengono le risposte prima di ogni altra cosa.

Ci hanno insegnato a pensare troppo, il che ci fa credere che non ci possa essere altra strada, al di là del pensiero razionale – che organizza, giudica e diffida, spesso aprioristicamente -. Ma il passo da compiere è quello di usare di più la parte intuitiva del cervello, quella che com-prende senza bisogno (o almeno non subito) di “capire”. Da qui si può accedere al cuore di noi stessi, la porta del Sé, la nostra vera identità. E dare un calcio all’Ego, che non è altro che l’immagine proiettata su noi dell’opinione degli altri, a cui siamo narcisisticamente attaccati, ma che è il nostro più fiero carceriere.

Questa è la svolta, anche se compierla può costare molto. Ma alla fine paga, perché si vive con gioia e si arriva a una vera condisione con gli altri, al di sotto delle maschere.

Tutto questo lo dico per esperienza, perché io per il panico e gli altri cazzi ci sono passato, come tanti. Ma non ho niente da insegnare a nessuno, perché in fondo siamo e possiamo essere gli unici maestri di noi stessi. Solo che a volte confrontarsi aiuta. Spero che queste mie righe siano un contributo a una riflessione utile.

Grazie Giovanni per aver dato parole ai miei pensieri in ombra, ancora confusi e in cerca di definizione.

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Don Mario Torregrossa

Don Mario Torregrossa ha lasciato il suo corpo mortale il 30 dicembre dello scorso anno per tornare al Padre Celeste che ha degnamente testimoniato nel corpo e nello spirito. Quale onore rendere a un uomo che ha lasciato un segno indelebile in tutti coloro che ha conosciuto?
Scrivere di lui e chi meglio di Don Fabrizio potrà farlo? Possiamo parlare di Fabrizio come suo allievo e discepolo? Sarà un successo perchè così “Domma” attraverso questo racconto continuerà a cambiare la vita delle persone.
Grazie Domma.
Grazie Fabrizio.

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Cos’è la poesia?

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Cara Franca

Roma, lì 4 settembre 2008

 

 

Cara Franca,

 

 

vorrei rivederti in primavera e riaverti a casa, e prendermi un gelato con te ed i bimbi, come abbiamo fatto alcune volte (troppo poche, per la verità, veramente troppo poche).

 

 

A te :

 

·         a te che non ti sei mai lamentata e che non ti lamenti neanche adesso che pure ne avresti diritto

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