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Archive for the ‘poesia’ Category

Nonostante

La vita è un continuo correre, per alcuni è stare accanto agli altri e se ci si ferma un attimo, può sembrare di essere soli e così i ricordi si riaffacciano e la nostalgia di un amico e compagno con cui si è diviso tutto torna. Ma l’assenza fisica è sufficiente per sentirsi soli? A volte…

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Il mondo come una grande torta e tutti in fila per prendere la propria parte, un gruppo senza forma e individualità, che c’è di meglio che un poetico invito ad alzare il volto e illuminarsi di un nuovo sole, l’io che esce dal branco.

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Vicini

Mi sono infilato nottetempo
nella casa accanto.
Ho svegliato i vicini
abbiamo bevuto assieme un bicchiere.
Mi hanno raccontato la loro vita
che sfiatava fumo.
Abbiamo visto foto
raccolto immagini
abbiamo riso
stabilito regole di buon vicinato.
Allegro sono tornato assonnato
al mio letto
mia moglie dormiva spenta nel buio
ho riempito i miei occhi di sole
e raggiunto la sesta dimensione barocca
del soffio fatale
che rende le cose assemblaggio di musica,
odori
e coltivata speranza.

Daniele Gennaro

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Breve storia della paura

il balzo della tigre sta sotto il letto
nel chiuso ripostiglio
a cospirare la notte.
poi dietro la gabbia
lume cardiaco.
più tardi cade il felino
ed infine anche il balzo
come cede un vento.
solo rimane vago scatto
muove l’aria o il cespuglio
che frulla, un selvatico soffio,
l’impensabile circa forse
nulla.

Antonio Pibiri

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I soliti ignari

Si accucciano
a schivare
la guancia offerta in sfida.

Si accalcano
a gridare
la loro utile resa.

Si accostano
al miracolo
zelanti nel diniego.

Versano lacrime
per gli zampognari,
abili il nato scansano,
ancora, i soliti ignari.

Anna Maria Curci

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Canto della mamma-bambina

La cuffietta intorno al viso; un fagotto sui gradini
della stanza grande come una forma di lardo,
unico flash della mamma-bambina senza denti né pianto.

Dietro la porta la madre si quieta vegliata dal grufolo caldo, il battito
dentro le cestole; i segni contano le vene.

Madre nera madre troppo
fragile per i boschi per le mele cotogne le primule a novembre
madre dei soffioni senza campo.

Il padre è un peduncolo, grande come il baco
che abita la mummia. Migra dalla pancia all’osso.
Succhia. Geme. E’ un grugnito.

Tagliati a metà, l’uomo e la sua terra, il verro e la sua donna, nel tempo perdonato
della mietitura, crescono la mamma-bambina.

Iole Toini

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scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

Francesco Marotta

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