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Posts Tagged ‘racconti’

Ricominciare

Essere se stessi è l’unica arma per non soccombere e nel caos generale, tornare alle origini per rigenerarsi. 

Un giunco nel deserto viene strapazzato dal vento, ricoperto da tempeste di sabbia e arso dal sole, nel periodo di siccità, eppure resiste, affonda le radici fino a trovare l’acqua, si disseta. Quell’acqua che è stata la sua fonte di vita ed è sempre l’unica forza. Quando le tempeste impazzano o la siccità inaridisce, la via non è abbandonarsi e lasciarsi travolgere ma tornare alle cose vere, semplici ma vitali come una sostanza senza la quale la vita non esiste, riassunta tutta in una formula: H2O.

Idrogeno/ossigeno bruciati da una sigaretta, fusi in un risotto, invisibili in un sorriso e nel frusciare delle ali di un angelo

idrogeno/ossigeno respirati nell’aria rarefatta di una mattina e torna a splendere il sereno.

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Salti nel vuoto

“Salti nel vuoto” è il titolo di un racconto di Carlo Sirotti, scrittore contemporaneo.

Il racconto nasce intorno a delle immagini e su di esse si sviluppa. Bello è vedere come in un mondo in grande trasformazione, anche la letteratura evolva creando un nuovo modo di scrivere e dando parole alle immagini. Una foto è un attimo immortalato da una macchina fotografica ma è vero, l’immagine non nasce  e muore lì, intorno ad essa ruota una storia ed un evento e, quel breve ed unico fotogramma, la racchiude tutta, come una piccola perla in una conchiglia.

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1943 – 8 Settembre

 

La cascina del padre di Piero risultava difficile a vedersi dalla strada principale. Posta in fondo ad uno stretto budello in discesa ed in gran parte nascosta da una frondosa quercia secolare era il posto giusto per chi volesse appartarsi, qualunque ne fosse la ragione.

I tre giovani, raccolti intorno ad un pacchetto di Africa ed un fiasco di vino buono, festeggiavano.

Dal settembre del trentanove, in verità, v’era stato ben poco da festeggiare.  Se da un lato la guerra esaltava coraggio e sacrificio dei soldati italiani, dall’altro  metteva a nudo l’impreparazione ed il pressapochismo di una classe politico-militare che l’aveva così fortemente voluta. 

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                                                                                                                                                 nevicata20del202220-23-24-febbraio20202005200091

 

Al saggio tutta la terra è aperta

perché patria di un’anima bella

                                                                                                                                                                                 è il mondo intero

                                                                                               

                                                                                                                                                                                Democrito

 

 

 

1975

 

Un altro mondo, davvero.

Gelido d’un bianco silenzio.

Lenta, la carrozzella varca l’arco in pietra con all’apice la croce cristiana, l’uomo rincalza il plaid su quelle gambe immobili ormai da tempo ed il giovane, in piedi dietro di lui,alza il bavero del montone.

La neve copre inviolata il piccolo cimitero, una miriade di riflessi frange su di essa un pallido sole e l’aria pungente offre un senso di vertigine ed appagante euforia mentre le ruote tagliano solchi nei quali affiorano piccoli ciotoli di ghiaia.

Il custode impreca fra se – Possibile che certa gente non abbia di meglio da fare che venir qui a quest’ora – berretto calato sugli occhi e mani nelle tasche della giaccavento li segue con lo sguardo alcuni istanti – Per far cosa poi ?  Cercano un posto dove gli unici fiori sono i  papaveri  fra le erbacce. E in inverno, neppure quelli –

Poi, di malavoglia, si avvia dietro di loro.

 

Paolo Campana

 

 

 

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Berlin Mauer di Paolo Campana

1990, Ottobre

 

Una stretta striscia d’asfalto nei pressi di Postdamer Platz sotto un cielo plumbeo e nuvole cariche di pioggia di una giornata grigia ed uniforme come molte altre.

La mercedes accostó silenziosa al marciapiede, l’uomo alla guida spense il motore, scese, e si avvicinò alla struttura in cemento armato alta quattro metri. Portava un completo scuro, un morbido cappotto in cachemere ed un cappello a tesa larga. Giuno a ridosso del muro si volse alla figura immobile dietro i vetri oscurati. Un vortice di sensazioni nello spazio d’un respiro, poi tornó a concentrarsi sull’immagine fra i graffiti multicolore.

Ventisette anni, il tempo cambia molte cose.

Da cosí vicino, quel muro, incuteva ancora un certo timore anche se distrutto dall’esercito e defraudato dai mauerspechte.

Ventisette anni…una pioggia finissima, come nebbia leggera, prese ad avvolgere ogni cosa e quasi impercettibile, una lacrima, scese a segnargli  il volto.

 

 

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Paolo Cacciolati

Ho poco da aggiungere, rispetto a chi mi ha preceduto, sui racconti che compongono questa raccolta di Fabrizio.

Io leggo, leggo questo libro arrivato a casa mia per vie non solo postali, leggo molte altre cose, forse troppe cose, e mentre leggo faccio una fatica (quasi sempre) bestiale a recuperare un senso, anzi il senso, delle pagine aperte davanti a me. Tutto (o quasi) mi sembra inutile, già letto e già detto. Tranne in qualche caso. Uno di questi è il libro di Fabrizio. Limpido, nella predisposizione alla ricerca di eternità, come suggerisce il titolo, ma eternità per chi? per i protagonisti dei racconti? per i lettori? e per l’autore? Chi è Fabrizio Centofanti? E’ un prete? E’ uno scrittore? E’ uno che combatte ogni giorno contro tremendi mulini a vento? O è semplicemente un uomo, come tutti noi, che cerca anche per sè, oltre che per gli altri, una via per l’eternità? Ecco, vorrei mettere l’accento su quest’ultimo punto, perchè mi piace leggere questo libro non tanto come una raccolta di racconti, quanto come una specie di romanzo di formazione, composto sì da tanti episodi, da tante particelle diverse che sono le persone e le storie di cui ci parla, ma che alla fine si riassemblano in un unico mosaico il cui disegno complessivo è dato dalla tensione dell’autore verso il proprio, lo sottolineo, il proprio, percorso per l’eternità. Percorso condiviso, comune, ecumenico, tutto quello che vogliamo, ma secondo me prima di tutto suo, nella sua unicità di uomo, come tutti noi. E proprio qui sta il bello, perchè altrimenti, se leggessi questo libro “solo” come una testimonianza e non come una dolorosa ma necessaria bildungsroman (ecco, l’ho scritto, chè quando si parla di romanzo di formazione mica uno può esimersi dall’usare cotanto parolone), faticherei ad avvertire la pacifica potenza della scrittura di Fabrizio, a decifrare quella corrente sotterranea che attraversa l’anima dei protagonisti di queste storie.
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